NIZAR QABBANI – POESIA SELVAGGIA

 

Amami senza preoccupazioni

e perditi nelle linee della mia mano.

Amami per una settimana, per qualche giorno

o solo per qualche ora…

non mi interessa l’eternità.

Io sono come ottobre… allora, abbattiti

come fulmine sul mio corpo.

Amami con tutta la brutalità dei tartari,

con il bruciante calore della giungla

e la ferocia della pioggia.

Non lasciare nulla, polverizza tutto,

non farti mai domare!

Tutte le leggi della civiltà sono cadute sulle tue labbra…

Amami come un terremoto,

come una morte inattesa,

e lascia che i tuoi seni intrisi di fuochi e fulmini

mi aggrediscano come un lupo feroce e affamato…

lascia che mi azzannino e mi percuotano

come la pioggia sferza la riva delle isole.

Sono un uomo senza destino,

sii tu, allora, il mio destino,

e mantienimi sul tuo seno come un’incisione sulla pietra…

Amami… e non chiedermi come…

Non balbettare per la timidezza… e non aver paura.

Quando l’amore ci percuoterà,

non ci sarà né “come” né “perché”.

Amami senza recriminare,

la guaina protesta se riceve la spada?

Sii il mio mare e il mio porto, la mia patria e il mio esilio,

sii siccità e diluvio,

sii la dolcezza e la durezza.

Amami in mille e mille modi,

ma non ripeterti come l’estate… io detesto l’estate.

Amami… e dimmelo!

Detesto essere amato senza voce,

detesto seppellire l’amore in una tomba di silenzio.

Amami…

lontano dalla terra della repressione,

lontano dalla nostra città sazia di morte,

lontano dalla sua faziosità

e dalla sua rigidità.

Amami… lontano dalla nostra città,

perché l’amore non la visita da quando esiste,

e Dio lì non è più tornato.

Amami…

Non temere l’acqua ai tuoi piedi, mia signora,

non sarai battezzata donna

se nell’acqua il tuo corpo non si immerge

e se non si bagnano i tuoi capelli.

Il tuo seno è un’anatra bianca… non può vivere senz’acqua.

Amami con la mia purezza e i miei difetti,

con la mia bonaccia e la mia tempesta.

Mia corolla di fiori, mia foresta d’henné, proteggimi.

Spogliati…

e lascia cadere la pioggia sulla mia sete.

Consumati come cera nella mia bocca

e impastati con ogni mia parte…

Spogliati…

e separa le mie labbra… come fece Mosè nel Sinai.

 

 

Poesia tratta da Nizar Qabbani, Le mie poesie più belle, con postfazione di Paola Caridi.

Traduzione dall’arabo a cura di Nabil Salameh e Silvia Moresi.

Immagine: Natural History Museum Picture Library.

 

 

NOTA DI LETTURA

Tra i massimi poeti siriani, Nizar Qabbani inserisce questa poesia in un’auto-antologia recentemente tradotta in Italia (Nizar Qabbani, Le mie poesie più belle, Jouvence). Un testo chiave, dunque, che apre significati e sensi della poesia amorosa. All’origine c’è un mondo fondato sulla separazione maschile-femminile, esterno-interno. La prematura scomparsa della giovane sorella, morta suicida per l’impossibilità di sposare l’uomo amato, è l’evento rivelatore che sgrana gli occhi su un intero universo.

Il corpo si racconta nell’eros. La poesia diventa la voce delle donne: figure sociali, giovani Lolita, prostitute, madri, sante, ma anche donne capaci di confessare, in prima persona, passioni e disordini, aborti e amori “maligni”.

La poesia diventa liberazione, speranza per le nuove generazioni, denuncia, canto, poiché “la poesia –come scrive l’autore- è la patria delle cose che si ribellano a loro stesse, e delle forme che rifuggono la propria forma”.

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