Samuel Di Porto – Risalendo da una fossa comune, in Polonia

 

Sono qui, non piango. No, non piango.

L’accenno di un sorriso sorge sul mio volto invece.

In questo mi sento diverso dagli altri.

Io non so piangere, questa è la mia debolezza

Io non so piangere, questa è la mia debolezza.

Contrariamente ad ogni attesa, io sorrido.

Sorrido perché sono fiero, sorrido

perché posso, perché sono qui.

Perché hai cercato di uccidermi, ma tutto sommato,

guardandoti dall’alto al basso, capisco che sono più forte di te.

E che ormai, sotto terra, non vali più nulla.

Perché mi giro e mi ritrovo ad abbracciare una ragazza

che si dispera sotto la pioggia, le asciugo una lacrima,

le do un tenero bacio sulla guancia. E sorrido.

 

IMMAGINE: Leonardo Da Vinci, ritratto di giovane (probabilmente il discepolo Gian Giacomo Caprotti, detto Salaì, 1480-1524).

 

NOTA DI LETTURA

Questa poesia arriva da lontano e da vicino allo stesso tempo. L’autore, Samuel Di Porto, nato a Gerusalemme, non ha ancora vent’anni. Israeliano di origine italiana e dunque bilingue per sangue e per storia familiare, è attualmente sottufficiale nell’Israel Defense Force, nella quale opera in qualità di artificiere e guastatore. Ha pubblicato poesia e altro su riviste, partecipa alle attività di promozione culturale dell’ambasciata italiana del suo Paese. Noi lo conosciamo da quando ha intrapreso, in qualità di traduttore, una collaborazione con le edizioni “Il laboratorio” di Nola.

Da lontano e da vicino, dunque: da uno sprofondo del tempo che è anche un precipizio di disperazione; dall’esperienza di una giovinezza operosa e consapevole che sa coltivare i sentimenti oscuri del male – che la distanza nel tempo stira e sfilaccia – senza ricorrere agli ombrelli protettivi che ne sanciscono la lontananza e i perimetri di salvaguardia; senza avvalersi del corredo di rassicurazioni che, accompagnandoli, li rendono, se non accettabili, praticabili. Di Porto sceglie, al contrario, di familiarizzare coi precipizi e con gli sprofondi fino ad ammansirli, ad innocuizzarli, spogliandoli degli abiti dell’angoscia − indistinti e pertanto impossibili da sciogliere: insolvibili − per ridurli al profilo netto e ottuso, difforme, della nuda malefatta. Il tempo dello sprofondo che la poesia ci mette dinanzi è insieme storico e avulso dal tempo. L’occhio che guarda il male è diritto, non si lascia trarre via dal proprio oggetto da alcuna forza o energia suggestiva; neppure dal velo di lacrime che vela lo sguardo dei compagni che insieme a lui sono stati condotti in visita scolastica al luogo del massacro nazista e del frettoloso, osceno seppellimento collettivo degli indifesi trucidati.

La poesia, però, non è rendiconto emozionale, né strumento di condivisione degli umani sentimenti. Al limite, non è neanche racconto “messo in posa” o “in forma” dell’esperienza.

La poesia è una trappola linguistica, l’innesco di un equivoco dei significati, lo svelamento dell’impossibilità di avanzare il passo in un vicolo cieco.

In questa poesia il soggetto, dopo essere risalito lungo il crinale di una fossa comune, sosta con i compagni sul bordo del buco, sprofondo del tempo e abisso di disperazione. Il suo sguardo volge in giù, in direzione del fondo. Quello che vede, però, non è l’ammasso degli uccisi che su quel fondo, dopo esservi stati scaraventati, hanno giaciuto, coperti da veli di terra.

Vede invece il Nemico che a suo tempo, dall’alto di un’assoluta possanza, ha gettato i corpi nella fossa: «sotto terra, non vali più nulla» dice il poeta. Il rovesciamento percettivo svela il nonsenso della visione, diritta e orientata nello spazio, di chi ha agito la malefatta: nel tempo storico e fuori dalla storia, dove abita l’anomalia umana.

(2016)

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