Domenico Cipriano – Con delicatezza, dopo millenni di abbandono

 

(per Salvatore, che ha trovato i segni del Paleolitico in Irpinia)

 

Con delicatezza, dopo millenni di abbandono,
transitano tra le mani i resti
di una nostra esistenza sconosciuta, da ricostruire
o inventare nelle ipotesi più sognanti.
Un oggetto semplice (silice scalfito)
vorace se curvato sulle pelli di animali:

un sasso di cui non avremmo premure né interesse
se creature che ci hanno germinato
non avessero lasciato una traccia, senza
sapere del futuro, cercando di resistere
alle successioni del loro presente inesplorato.

Avremo la stessa cura (credendo illusi a un futuro eterno)
di tramandare un legame duraturo
con quanti attraverseranno questo spazio
e l’aria respirata da chi l’ha vissuto,
ora che lo sguardo ci rivela chiari

                                               i segni illuminati del paesaggio?

 

Immagine: “Uomini d’affari”, Emmanuel Di Tommaso, giugno 2019

 

Nota di lettura

Tutte le esistenze, le memorie, le vite disperse si depositano tra le rocce. Tra gli strati, che uno dopo l’altro seppelliscono e ricreano il mondo, lentamente sbiadiscono e, a volte, sopravvivono con la fragilità di una carta velina. Alcune emergono dall’oblio e ci raccontano di noi, di ciò che eravamo, ma soprattutto del fatto che eravamo già in un tempo lontanissimo. Tutta la raccolta (L’origine, L’arcolaio 2017), da cui è tratto il testo, è un andare a ritroso fino alla radice prima, come il titolo suggerisce.
Con la stessa delicatezza dei gesti di Salvatore, destinatario della poesia, Domenico Cipriano ci conduce in questo viaggio attraverso un ritmo che si distende ampio o si contrae nella brevità o nella spezzatura del verso. Come le rocce la poesia nasconde e, a tratti, rivela le sue stratificazioni.
La memoria, che ritorna attraverso piccoli segni, si proietta in avanti per immaginare nelle “ipotesi più sognanti” una nuova storia da raccontare. E in questo andare è già il senso.

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