LEVANIA / NUMERO 5

Dopo il numero speciale su Napoli uscito all’inizio dell’anno, che ha coinvolto una piccola moltitudine di artisti e autori italiani e stranieri, LEVANIA cambia editore e torna alla consueta formula presentando inediti accompagnati da commenti critici, ma non senza novità: accanto allo scritto di Marco De Gemmis intorno a un importante taccuino di Mario Persico ed alle tavole del maestro, il lettore troverà poesie di Italo Testa introdotte da Enza Silvestrini, di Yves Leclair, con traduzioni e testo di presentazione di René Corona, di Michele Zaffarano commentati da Eugenio Lucrezi, di Anna Santoro accompagnati da Enzo Rega, e di due giovani poeti: Lorenzo Pradel e Fabrizio Maria Spinelli, introdotti rispettivamente da Bruno Di Pietro e da Massimo Fusillo; ma troverà anche, il lettore, due conversazioni per noi nuove, che ci piacciono e ci invogliano a continuare: una, in versi e in prosa, tra due autrici quali Giusi Drago e Paola Nasti; l’altra, accompagnata da una riflessione di Lucrezi, tra i versi della poeta Giovanna Marmo e le immagini dell’artista Roberto De Caro.

Completano il numero le recensioni di Anna Maria Carpi su Anna Toscano, di Enzo Rega su Umberto Piersanti e su Clemente Napolitano, di Antonio Perrone su Francesca Medaglia, di Marisa Papa Ruggiero su Donatella Bisutti e su Lucia Stefanelli Cervelli, di Emmanuel Di Tommaso su Yari Bernasconi e su Brunella Bruschi, di Antonio Lotierzo su Victor Segalen e Ugo Piscopo, di Eugenio Lucrezi su Luigi Fontanella, di Lorenza Carannante su Monica Martinelli.

Dall’ Editoriale del numero 5:

Così come annunciato dalla copertina, questo fascicolo di LEVANIA si avvale e si fa bello del contributo di Mario Persico, accompagnato dalle pagine assai partecipi di Marco De Gemmis, che sottolinea l’importanza delle riflessioni che il Maestro andava svolgendo, in un prezioso quaderno fino ad oggi inedito che ci ha voluto affidare, nella prima metà degli anni ’60 e dunque in un momento storico cruciale per gli sviluppi e in particolare per lo svecchiamento delle arti. Alcuni passaggi relativi ai rischi di vacuità impliciti nelle poetiche del gioco gratuito, che pure avevano trovato campo nell’esperienza complessiva delle avanguardie storiche, toccano al centro i temi dell’insignificanza e di sua sorella maggiore l’insensatezza, sui quali da qualche tempo la redazione della rivista si trova a riflettere: temi non da poco, in un mondo che viene ingoiato dai precipizi speculari delle complessità settoriali e dell’insondabile proliferare, nel web, dei discorsi che le riguardano.

Tempo fa, in un seminario organizzato nell’ambito di una fortunata avventura didattica intitolata “La Pagina che non c’era” (che ha visto coinvolte anche due redattrici di questa rivista), venni a ragionare con un gruppo di liceali proprio della significazione in poesia: si disse in quell’occasione che il lascito semantico è un retaggio che, per non riferirsi a risultati connessi alla utilizzabilità pratica, non va inteso in senso funzionalistico. Qualcuno prospettò che tale retaggio non porta direttamente, come ci si potrebbe aspettare, ad una figurazione nuova, mentre pare allungarsi in un cambiamento di stato impercettibile ai sensi, che dura nell’indeterminato dei significati cangianti e del nascondimento del risultato finale; e infatti tale processo non conosce punto di arresto perché non prevede l’assestamento in un equilibrio nuovo e stabile. Il rilascio dei significati indeterminati procede, in teoria, pressoché infinitamente. I formalisti hanno detto che tali caratteri di inesauribilità e indecidibilità del senso sono costitutivi della poesia; Poe e Leopardi, un secolo prima, hanno parlato di vaghezza. E il lascito di vaghezza del discorso poetico è cenere perché consegue ad una combustione che annienta il senso comune (il significato immediatamente comunicativo); perché va recuperato come indizio di discorsi ogni volta abbattuti nella loro definitività; perché va incessantemente ricreato dall’inizio a cura del fruitore-fenice. L’incontro si chiuse pertanto nel segno della fiducia nel dire, come è bene quando si parla con gli adolescenti; ma c’è da chiedersi se siano sufficienti la precipuità del lavoro sul linguaggio e l’ardimentosa spregiudicatezza del lettore a salvare un trabiccolo – il meccano della poesia! – che traballa sull’orlo dei precipizi dell’insensatezza. Le preoccupazioni del Mario Persico trentenne di cinquant’anni fa sono oggi le nostre, ma gli scenari sono diversi, le prospettive di rinnovamento civile e sociale annichilite dal tramonto della politica, le risorse e le fonti dell’energia vicine all’esaurimento, e non solo nel campo delle arti. E tuttavia non possiamo, nel nostro interrogarci, che rivolgerci ancora al giovane Mario Persico attore politico come ogni vero artista, che nel suo quaderno, partendo dal tramonto della raffigurazione, si mette a ragionare di opere praticabili, di manufatti artistici in tal maniera architettati che il fruitore, intervenendo direttamente e manipolandoli, riesca ad innescare inaspettate derive percettive che lo accompagnino ad inventare da sé le proprie storie, facendosi artefice dei suoi propri stupori. [… ]

(e.l.)