LEVANIA / NUMERO 6

Questo nuovo fascicolo di LEVANIA – così come il 4, interamente dedicato a Napoli – mette da parte la formula consueta della rivista, che prevede la pubblicazione di testi inediti di poeti contemporanei accompagnati da riflessioni critiche. Stavolta la redazione si è voluta interrogare su due aspetti o derive dell’odierno panorama delle arti, e più in generale dell’umana discorsività, che ritiene connessi: l’avanzare della rappresentazione iconica e dell’autorappresentazione; il declino della forza di significazione della parola letteraria. Ben tre editoriali introducono il numero: a quello di Eugenio Lucrezi, che si legge quasi per intero più avanti, si accompagnano un testo intitolato “Nessuno in mostra”, che dà conto della collaborazione avviata tra la redazione e il recente progetto espositivo della Saaci Gallery di Saviano e uno di Paola Nasti intitolato “Insignificanza”.

A ragionare su questi argomenti in versi e in prosa, con parole e figure, oltre ai redattori Marco De Gemmis, Bruno Di Pietro, Emmanuel Di Tommaso, Eugenio Lucrezi ed Enzo Rega, sono stati invitati scrittori e artisti quali Francesco Aprile, Mariano Baino, Emanuele Canzaniello, Daniela Capalbo, René Corona, Vera D’Atri, Camila Charry Noriega con Antonio Nazzaro, Luigi Filadoro, Mimmo Grasso, Antonio Pietropaoli, Paolo Valentino, Deborah Woodard con Dario De Pasquale e Albert Sbragia; e ancora autori del recente passato quali Franco Cavallo, tirato per i (pochissimi) capelli sulla pagina da Mimmo Grasso; e Leonardo Sinisgalli, del quale viene riprodotto un inedito taccuino recante, gli uni accanto agli altri, versi e disegni.

Completano il numero le recensioni di Enza Silvestrini, Enzo Rega, Bruno Di Pietro, Emmanuel Di Tommaso e Antonio Perrone su opere recenti di Luigi Trucillo, Carlo Cipparone, Simone Di Biasio, Elena Zuccaccia, Sabrina Caciotto, sul premio di poesia Terra di Virgilio.

L’editoriale del numero:

Picture yourself…

in a boat on a river, with tangerine trees and marmelade sky. È con questo invito che inizia la celebre canzone dei Beatles ispirata a un disegno della piccola Lucy, compagna d’asilo di Julian Lennon, capolavoro della nascente psichedelica farcito di figure cadute, da immaginario a immaginario, dai racconti di Lewis Carroll, autore attaccato all’infanzia, ed in particolare al ritratto fotografico di bambine ambientato in luoghi d’incanto, in affezione esclusiva e posizionata nel luogo indecidibile che si estende tra le illuminate stanze dell’educazione e la buia foresta dell’orco.

Lucy in the sky with diamonds fa parte dell’album Sergent Pepper lonely hearts club band pubblicato nel 1967, negli stessi giorni in cui Andy Warhol lavora alla sequenza delle Marilyn Monroe, considerata da subito prototipo eclatante di statuizione pop dell’immagine nell’epoca dell’estetica massificata.

Mentre l’invito ad autoritrarsi della canzone di Lennon, iscritto com’è nel luogo d’incanto del perturbante, non esorbita dai cerchi tradizionali del ritratto e dell’autoritratto moderni intesi come indagine sul soggetto, la sequela warholiana sancisce la destituzione del ritratto sia dall’ambito privilegiato dell’elezione (di una particolare anima, di un particolare status sociale) che da quello, posizionato all’inverso polo simmetrico, individuabile in quella procedura di vero e proprio smascheramento che è la caricatura: «che funziona come sgonfiamento di una certa anima» (così Gianni Celati nel 1976 in uno scritto su maschera e ritratto che possiamo leggere in un recente libro intitolato Animazioni e incantamenti, pubblicato dall’editore L’orma). Le Marylin non sono ritratti d’elezione e non sono ritratti caricaturali; non sono nemmeno maschere (scrive ancora Celati che la maschera è il ritratto «prima che la nuova società abbia l’idea che l’uomo è proprio quello lì»). Sono immagini che, tolta l’anima sublime e pure il corpo vergognoso e/o desiderato, si trasformano in icone molto diverse da quelle della tradizione religiosa; immagini non individuate, non sgonfiate, non antonomasiche; prodotti destinati al consumo freddo di masse costipate dall’abolizione, appunto, dell’anima, del corpo, del tipo. Antesignane e omologhe della marea di selfies che, dopo mezzo secolo, satura oggi i dischi fissi dei computer e le memorie di miliardi di dispositivi mobili.

Warhol racconta il suo mondo e quello a venire: è dunque profeta e veggente le cui profezie e visioni non sono che discorso veritiero dell’arte, parola realistica (politica) che, fingendo, mai mente perché affonda il linguaggio nella carne del mondo come un chirurgo il bisturi: e se racconta balle si vede subito, così come la laparotomia mostra in evidenza la diagnosi sbagliata.

Pochi anni dopo Sergent Pepper e le Marilyn, nel 1974, i paleontologi trovano in Etiopia i resti di una femmina di australphitecus afariensis alta poco più di un metro che fu battezzata per acclamazione, in onore dei Beatles, Lucy, e che diventerà subito celebre, 3 milioni di anni dopo essere morta, per essere l’anello mancante della catena evolutiva tra scimmie ed umani, cercato invano per tutta l’Africa fin dai tempi di Darwin. Oggi l’anello mancante non lo cerca più nessuno, ma Lucy, il cui scheletro regna nel museo di storia naturale di Cleveland come la Gioconda al Louvre, si specchia nella folla anonima dei visitatori con l’altezzosa sicumera di chi si sa unica, per antico lignaggio e incomparabile nobiltà.

Da Lucy e da Marilyn, da Lennon, da Warhol e da Celati muove pertanto questo nuovo numero di LEVANIA, che chiama gli autori invitati a confrontarsi sul tema del(l’auto)ritratto e su quello, strettamente connesso, del progressivo sperdimento sporadico del carico connotativo del discorso che è stato detto letterario; processo potentemente delineato dalla deriva comunicativa dell’oggi, incentrata sul trionfo denotatorio dell’immagine e sulla prevalenza analogico/metaforica dell’eloquio mediatico, dalla scomparsa dell’articolazione sintattica e dal dominio della frase breve, dell’autoreferenzialità narcisistica e del discorso puntiforme/iconico (le faccine e i disegnini dei cellulari sono i pathosformeln del XXI?), che ci pone di fronte all’evidenza di un convergere: oggi tutto il discorrere del mondo si atteggia al ritrarre e all’autoritrarre. Mistero e crisi non si nascondono più nella psicologia, neanche nella sociologia, tanto meno nell’ecologia; albergano nella mutazione della specie e nel precipizio linguistico che l’accompagna: il bit, col suo linguaggio binario, è oggi sorgente mitogenica non meno potente di quanto sia stata la Bibbia nei venticinque secoli più recenti. E non meno efficace, a ben vedere, nel racconto della complessità. [ … ]

(e.l.)